Impianti elettrici a norma per aziende e privati

impianti elettriciMantenere gli impianti elettrici in piena efficienza, nel pieno rispetto delle norme vigenti, è un dovere non solo morale ma anche e soprattutto di legge sia per le aziende che per gli utenti privati. La normativa in questo caso, infatti, parla chiaro: con la Legge 46/90, dunque, si impone obbligatoriamente a privati e aziende l’adeguamento – qualora ve ne fosse necessità – degli impianti elettrici. Di conseguenza, questo imperativo ha spinto sia i singoli proprietari privati quanto i titolari di azienda ma anche gli amministratori di condominio a porre in primo piano il problema della sicurezza degli impianti elettrici, vero cardine della Legge 46/90.

Quando si parla di sicurezza degli impianti elettrici è bene tuttavia sottolineare che non si intende solo un eventuale adeguamento a quelli che sono i canoni attuali di legge ma anche e soprattutto la manutenzione, passaggio fondamentale se si è intenzionati a conservare l’impianto in perfetto stato di efficienza e funzionalità. La manutenzione è il sistema migliore per impedire che vi siano delle interruzioni nell’erogazione del servizio ma anche per risparmiare denaro nel lungo periodo in quanto previene eventuali interventi di sostituzione degli impianti, sempre molto costosi.

Per quanto riguarda gli interventi di adeguamento, si fa di solito riferimento all’aggiornamento delle planimetrie oppure all’ammodernamento degli schemi elettrici dei quadri o ancora alla verifica dell’esattezza dei calcoli. Queste operazioni sono assolutamente indispensabili per realizzare una perfetta ‘fotografia’ della situazione attuale dell’impianto elettrico esistente così da avere meglio sotto controllo il suo andamento e apportare tempestive modifiche. Invece per manutenzione si intende quell’insieme di pratiche ed azioni messe in campo per conservare l’impianto in perfetto stato e con tutte le funzionalità efficaci. Le verifiche e gli interventi di manutenzione devono essere programmati e successivamente verificati secondo i dettami della legge italiana ma anche delle normative CEI. Una buona programmazione nel tempo, puntuale ed accorta, è il segreto del successo di una perfetta politica di manutenzione.

Se nel settore privato la manutenzione degli impianti elettrici appare come una pratica indispensabile non solo perché lo impone la legge ma anche e soprattutto per una questione di sicurezza personale, senza tralasciare l’aspetto economico (mantenere un impianto in perfette condizioni vuol dire anche in questo caso, infatti, risparmiare denaro su successivi interventi di sostituzione di pezzi e di macchine), è nel settore industriale che la manutenzione assume ancor di più tutta la sua importanza e trova la sua massima espressione. L’attività, inoltre, che è mirata a mantenere in perfetta efficienza gli impianti, comporta un notevole risparmio economico: il suo costo, infatti, non viene solo calcolato e monetizzato in base all’effettivo dispendio economico che comporta il singolo intervento ma anche e soprattutto in termini di produzione che altrimenti verrebbe persa in caso di malfunzionamento degli impianti.

Se per quanto riguarda la manutenzione elettrica, quindi, si vuole intendere il complesso di quelle azioni che mantengono nel tempo l’efficienza funzionale di una macchina e di un impianto, nel pieno rispetto delle normative vigenti e con un occhio alle prestazioni nominali, la definizione può leggermente cambiare per quanto riguarda un altro settore altrettanto importante nella produzione industriale ma anche nel mondo dei privati che è quello dell’efficienza degli impianti di riscaldamento. In questo ambito, infatti – che per molti versi è assai affine a quello dell’efficienza degli impianti elettrici – la normativa vigente è la UNI 8364 che definisce la manutenzione come la combinazione di una serie di tecniche – ma anche di pratiche amministrative per l’ottenimento delle relative certificazioni – che sono mirate o a conservare oppure a ripristinare sia un impianto di riscaldamento che un apparato singolo in uno stato tale per cui possa adempiere a tutte le funzionalità richieste normalmente nel miglior modo possibile.

Chiarita dunque l’importanza della manutenzione sia per gli impianti elettrici che per quelli di riscaldamento, ovviamente ora il consiglio, come sempre in questi casi, è per la loro attuazione di rivolgersi a professionisti del settore che sappiano non solo prendersi cura nel modo migliore del nostro impianto ma anche e soprattutto consigliarci adeguatamente sugli interventi effettivamente necessari da realizzare per conservarli in perfetta efficienza. Improvvisarsi nel campo degli impianti elettrici è rischioso e dannoso anche economicamente: meglio dunque affidarsi a chi ha fatto dell’efficienza energetica e della manutenzione degli impianti il suo core business, così da essere sicuri di rispettare pienamente tutto ciò che la legge – ma anche il buonsenso – impone. La serenità nell’utilizzo di un impianto elettrico o di riscaldamento è fondamentale: è questo il primo principio da ricordare nella scelta del nostro partner per la manutenzione.

Alla scoperta dei murales in Sardegna

murales sardegnaAnche se pochi lo sanno la Sardegna è la patria del muralismo in Italia: infatti in alcuni dei suoi paesi si trovano alcuni dei più bei murales di tutto il mondo. Si tratta di una forma artistica nata come espressione creativa libera dei movimenti di protesta, che unisce valore estetico e sociale. In genere queste pitture sono eseguite da più persone e vi si leggono le denunce, le speranze, i malesseri e la vita quotidiana di una comunità, in cui eventi e lotte politiche si intrecciano per una cultura in perenne mostra. Le tecniche usate dai muralisti sardi sono semplici e si basano sulle normali vernici ad acqua per interni: di conseguenza i murales si deteriorano abbastanza in fretta. Questo ha portato a una precisa scelta estetica per cui i dipinti si tinteggiano di nuovo solo nel caso in cui se ne avverta il bisogno da parte della comunità: in caso contrario li si lascia scomparire pian piano. Gli stili sono molti: si va dall’impressionismo alla pittura naif, dal realismo all’iperrealismo.

Il muralismo sardo ha i suoi centri più importanti in quattro paesi: Orgosolo, Villamar, San Sperate e Serramanna. Orgosolo, piccolo centro della Barbagia, distante 18 chilometri da Nuoro, è considerato la capitale dei murales sardi in quanto si trovano in quasi ogni angolo del paese e sono ben 150: alcuni sono davvero straordinari e ogni anno sono migliaia i turisti provenienti da tutta la Sardegna, ma anche dall’Italia e dal resto del mondo, che giungono fin qui per ammirarli. Il primo murale della Sardegna fu dipinto a Orgosolo nel 1969 da Dioniso, gruppo anarchico milanese dal nome collettivo. Da allora le pitture murarie si susseguirono in numero sempre maggiore non solo in questo centro ma anche in altri paesi.

Un punto di svolta si ebbe nel 1975 quando, in occasione del 30° anniversario della Liberazione, un insegnante senese della scuola media e i suoi allievi ne realizzarono altri; successivamente diedero il loro contributo gruppi e artisti locali. Questa decisione portò un gran numero di comuni a commissionare ad artisti locali murales per rendere più belle e uniche le facciate delle case del paese. Negli anni Ottanta cominciarono a essere rappresentate scene di vita quotidiana, ad esempio pastori con le proprie greggi, uomini a cavallo, contadini con in mano la falce e donne con i propri figli. In questo modo i murales diventarono una manifestazione spontanea di una società contadina che vuole far conoscere i propri usi e tradizioni all’esterno, valorizzando al tempo stesso gli spazi urbani.

Orgosolo è quindi la prima tappa fondamentali di un itinerario alla scoperta dei murales della Sardegna, tuttavia vi sono anche altri centri che non si possono tralasciare: sono per l’appunto Villamar, Serramanna e San Sperate. Si parte da Orgosolo in direzione sud e si raggiunge Villamar nella provincia del Medio Campidano: qui queste pitture si sono diffuse a partire dal 1976 grazie a due esuli cileni Uriel Parvex e Alan Jofrè. L’anno successivo il fenomeno conobbe un vero e proprio impulso grazie a due artisti locali, Antonio Sanna e Antonio Cotza, Gruppo, al gruppo Arte e Ambiente e alla Brigata Muralista Salvador Allende. I murales di Sanna rappresentano usi, costumi e immagini di vita quotidiana locale, mentre quelli di Cotza sono davvero luminosi e colorati e raffigurano eventi storici internazionali e locali.

Serramanna si trova a soli 30 chilometri da Villamar. Anche qui il fenomeno dei murales prese piede negli anni Settanta per esprimere il disagio giovanile. Il paese si caratterizza per uno splendido murales con tema emigrazione realizzato nel 1979 dal gruppo di Ledda, Dessì, Putzolu e Arba e il cui nome è “Emigrazione è deportazione”. Da alcuni anni è iniziato un piano per rivalutare i vecchi murales. Infine si prosegue per San Sperate, paese in provincia di Cagliari: viene chiamato Paese Museo perché vi sono migliaia di murales a decorare le vie cittadine. Tutto è iniziato grazie all’attività di Pinuccio Sciola nel 1968: all’opera contribuirono tantissimi artisti provenienti da tutto il mondo e ancora oggi il comune organizza manifestazioni per abbellire il centro storico a cui partecipano numerosi writers internazionali. Altri centri sardi dove si possono ammirare i murales sono Suni, Fonni, Palau e San Gavino.

Chirurgia protesica, di cosa si tratta?

ginocchioMolti sono i casi in cui è necessario ricorrere all’utilizzo delle protesi.

Per quanto riguarda il campo ortopedico questi rappresentano degli ausili utili per sostituire parzialmente, o completamente, parte dello scheletro (anca, ginocchio, un arto ecc..) al fine di ricostruire al meglio l’immagine corporea, far si che il risultato sia anche positivo in termini di guadagno di funzionalità e di ridurre il dolore localizzato.

Vengono suddivise in due grandi categorie: le endoprotesi (quando sono utilizzate all’interno dell’organismo) oppure le esoprotesi (quando il loro uso è destinato all’esterno).

Secondo una statistica dopo un tempo pari a quindici anni dal loro impianto quasi la totalità delle protesi (95 su 100) risultano essere ancora ben funzionanti. Nella minoranza dei casi potrebbe rendersi necessario un ulteriore intervento per revisionare o sostituire le protesi (in toto oppure solamente in una delle loro componenti).

Le cause che vedono necessario un intervento di chirurgia protesica sono molte e dovute a differenti fattori come: un trauma, alcune patologie (artrosi, malattie reumatiche ecc..) o problemi congeniti.

Un esempio di questa tipologia d’intervento molto conosciuta è quella che interessa l’anca che ha lo scopo, quando la fisioterapia ed i farmaci non sono sufficienti, di ridurre il dolore e permettere al paziente di poter compiere in libertà i normali gesti quotidiani.

In questi casi il paziente che si dovrà sottoporre all’operazione di norma viene ricoverato il giorno prima in modo di poter svolgere i normali esami pre-operatori e la visita anestesiologica. La durata dell’intervento è di circa due ore e può essere svolto in anestesia locale oppure generale.

L’operazione consiste nel rimuovere la testa del femore interessata e sostituirla con una protesi, procedimento che generalmente non supera l’ora di lavoro.

Nell’arco delle ventiquattro ore successive, con l’appoggio di un fisioterapista sarà possibile cominciare con della ginnastica a letto; il giorno successivo il paziente potrà già alzarsi in piedi grazie all’aiuto delle stampelle.

Le dimissioni generalmente avvengono dopo circa una settimana ma è necessario proseguire con la fisioterapia in modo di riprendere a camminare nel modo corretto.

La ripresa normale di attività come lo sport (come le passeggiate o il tennis) è stimato in un tempo che varia dai tre ad i sei mesi.

Un altro caso in cui la chirurgia protesica può ritenersi essenziale è quello che vede danneggiata la cartilagine che interessa il ginocchio (che può essere stata danneggiata da un infortunio oppure può essere semplicemente usurata). In questa circostanza il paziente pensa all’intervento a causa del dolore e del ridotto stato di mobilità che non vengono più contenuti dall’uso di farmaci e dalla fisioterapia.

La tipologia d’intervento dipende da molte variabili tra cui le principali sono l’età e lo stato generale di salute.

Le protesi per il ginocchio sono formate da tre componenti: la femorale (metallica), la tibiale (sempre metallica) e quella intermedia (diversamente dalle precedenti è costruita in materiale plastico). Come

nel caso precedente il paziente dovrà recarsi in ospedale il giorno prima per svolgere i vari controlli; l’operazione (che può essere in anestesia totale oppure locale) dura all’incirca un paio d’ore.

Per prima cosa viene praticata un incisione di circa quindici centimetri sulla parte anteriore del ginocchio e vengono preparate le estremità di femore e tibia in modo che la protesi possa essere alloggiata al meglio.

Sempre più apprezzata, in questa tipologia di pratiche, è la navigazione computer assistita che permette al medico di andare a minimizzare eventuali errori umani.

Già dal giorno seguente è possibile cominciare a seguire il programma di riabilitazione ideato dal fisioterapista caricando anche il ginocchio.

Il paziente verrà dimesso, in media, dopo una settimana di ricovero.

Dopo gli interventi in ambito di chirurgia protesica il soggetto deve seguire, anche a domicilio, la fisioterapia (in questo caso il recupero sarà migliore).

Il lavoro può essere ripreso in un tempo variabile da uno a tre mesi a seconda della tipologia dell’attività lavorativa (ovviamente dipende dalla tipologia di lavoro svolto, se è sedentario sarà possibile riprendere in tempi più celeri).

Sarà opportuno, a cadenza regolare, sottoporsi a controlli periodici, in modo che il medico possa accertarsi che le protesi siano ancora in ottimo stato e che tutto proceda per il meglio.

Scrub pelle di seta

scrub corpoFra i trattamenti di bellezza più efficaci per avere una pelle morbida, giovane e luminosa, lo scrub occupa da sempre un posto di primo piano. Conosciuto fin dall’antichità per i suoi benefici effetti, lo scrub ha avuto una grande diffusione ad opera degli arabi: in Medio Oriente, infatti, si usava strofinare la pelle con acqua e sabbia per purificare il corpo prima della preghiera.

In effetti, lo scrub vanta un’azione detergente, depurativa e levigante che nessun altro prodotto di pulizia è in grado di espletare: praticando una efficace esfoliazione dello strato cutaneo superficiale, infatti, lo scrub rimuove le cellule morte che vi si accumulano favorendo una migliore ossigenazione della pelle e facendo affiorare le cellule nuove. Il risultato è un visibile rinnovamento della cute che appare immediatamente più liscia, setosa e compatta; le rugosità e le imperfezioni si attenuano e il colorito acquista un aspetto più chiaro e uniforme.

Grazie alla sua azione purificante, uno scrub eseguito con regolarità almeno una o due volte alla settimana lascia la pelle sempre libera di respirare, esercitando un’azione sebonormalizzante e contrastando l’insorgenza di varie problematiche come comedoni, ruvidità e peli incarniti. Un’altra importante proprietà dello scrub riguarda i suoi effetti rilassanti: per questo è consigliabile utilizzarlo durante la doccia serale. Alla fine di una lunga giornata, infatti, un trattamento esfoliante può regalarci una corroborante sensazione di freschezza e pulizia liberando i pori dalla polvere, dallo smog e dagli effetti della traspirazione. Dopo questo benefico trattamento la pelle è più ricettiva nei confronti delle creme: ecco perchè, dopo lo scrub, si rivela estremamente utile applicare su tutto il corpo una lozione nutriente ad azione intensiva o un trattamento specifico (come una crema anticellulite o rassodante). Più pura e morbida, la pelle assorbirà al meglio i principi attivi delle creme che risulteranno quindi più efficaci.

Affinchè l’esfoliazione possa apportare all’epidermide i migliori benefici, però, è fondamentale utilizzare un prodotto adatto al proprio tipo di pelle. Esistono, a tal proposito, diverse formulazioni: il gommage, il peeling e lo scrub vero e proprio. Il gommage è particolarmente indicato per le pelli secche, sensibili e soggette a couperose: i suoi granuli sottili, contenuti in una base idratante in crema o gel, svolgono infatti un’azione esfoliante molto delicata. Il peeling, invece, è un trattamento chimico non abrasivo che utilizza le proprietà rigeneranti di alcuni estratti vegetali come l’acido glicolico: per la sua formulazione complessa, questo trattamento è di tipo professionale e richiede l’intervento di un esperto in dermatologia o in medicina estetica. Caratterizzato dalla presenza di granuli grossi ( spesso ricavati da noccioli o semi), lo scrub ha un’azione abrasiva che lo rende adatto alle pelli più resistenti e alle zone del corpo meno sensibili come gomiti, ginocchia e talloni. Facile e veloce da usare, lo scrub si applica sotto la doccia dopo la normale detersione e si massaggia delicatamente sulla cute ancora umida evitando le aree più reattive come le ascelle, l’inguine e le parti intime. Per distribuire uniformemente il prodotto è possibile usare una spugna, un guanto di crine o direttamente le mani: in tutti i casi il massaggio deve essere eseguito con delicatezza, senza strofinare in modo eccessivamente energico. Infine, il prodotto si risciacqua accuratamente con acqua tiepida; la pelle va poi asciugata con un telo morbido e reidratata con una crema nutriente per evitare secchezza e disidratazione.

Prima di procedere con l’utilizzo di qualsiasi esfoliante è sempre consigliabile effettuare un test su una piccola zona del corpo per assicurarsi che non insorgano reazioni cutanee come rossori o bruciori. In questo senso, lo scrub “casalingo” è decisamente da preferire: oltre ad essere economico, infatti, offre la garanzia di un prodotto sicuro e assolutamente naturale. Preparare uno scrub “fai da te” è un’operazione facile e veloce: basta mescolare 6 cucchiai di zucchero, 1 cucchiaio di miele, 1 cucchiaino di olio d’oliva e un po’ di succo di limone. Le benefiche qualità di questi ingredienti conferiscono allo scrub un eccezionale potere detossinante e rigenerante. Se si desidera un prodotto molto delicato si può optare per una ricetta ancora più rapida legando 5 cucchiai di sale marino ad un po’ di olio extravergine di oliva, di mandorle o di lino.

Il pane nella tradizione sarda

carasauLa panificazione in Sardegna è una tradizione ancora oggi viva che affonda le sue radici in un passato molto lontano. Nella cultura sarda il pane non era soltanto un alimento, come in tutti i popoli mediterranei, ma assumeva un importantissimo significato simbolico. La diversità tra i tipi di pane consisteva non solo negli ingredienti, ma anche in base al ceto sociale a cui era destinato e alle cerimonie per cui veniva preparato.

La panificazione domestica era un’attività prettamente femminile che prevedeva la partecipazione di tutte le donne della casa, molto spesso ci si aiutava a vicenda tra vicine e parenti e solo in certe occasioni occorreva l’intervento di una panificatrice dietro pagamento. Anche le bambine erano coinvolte nella panificazione, mentre il contributo delle donne più mature, esperte, era prezioso soprattutto durante la preparazione di pane in occasioni particolari, quali le feste religiose. Le ragazze invece erano protagoniste nella panificazione in occasione del matrimonio di una loro parente o amica. Le donne erano impegnate in tutto il ciclo della panificazione: dal lavaggio e molitura dei cereali alla loro setacciatura, proseguendo con l’impasto e la cottura.

La produzione del pane era un’operazione piuttosto complessa che richiedeva tempi lunghi di lavorazione, infatti si iniziava la sera e si finiva la mattina successiva con la cottura nel forno a pietra. Nonostante fosse un lavoro molto impegnativo veniva vissuto con gioia dalle lavoranti che ne approfittavano per raccontarsi fatti divertenti e maliziosi; per augurarsi la buona riuscita del pane, inoltre, era usanza tracciare un segno di croce sull’impasto durante la lievitazione e, nelle fasi successive, recitare delle formule rituali propiziatorie.
Nell’antica tradizione sarda generalmente i ricchi e i benestanti usavano un pane giornaliero ottenuto con farina di grano duro, mentre ai meno abbienti era destinato un tipo di pane a lunga conservazione con crusca, farina d’orzo o macinato di ghiande. I pescatori usavano le gallette ammorbidite in acqua di mare o brodo di pesce. Il pane d’orzo, nutriente ma di seconda scelta, generalmente le donne benestanti lo preparavano per la servitù, per i pastori e i contadini. Questo tipo di pane, meno costoso, aveva il pregio di conservarsi anche per mesi.
I pani giornalieri possono essere classificati in pane a pasta morbida e pane a pasta dura. I primi hanno la caratteristica di essere molto soffici, con la mollica porosa, fra questi vi sono il Moddizzosu e il Civraxu. Alla seconda tipologia appartengono invece il Pane Russu e il Coccoi, pane dalla crosta più dura e con la mollica compatta.

Un’altra classificazione, basata non sulla lavorazione ma sulla morfologia del pane, li suddivide in pani grossi e pani sottili. A questi appartiene il Carasau o Carta da musica, che in alcune zone della Sardegna prende il nome Spianata o pane d’Ozieri: sfoglie ovali o rotonde, croccanti e sottili, senza mollica. I più abbienti preparavano questo pane con semola e farina di grano duro, di ottima qualità. Il ceto medio lo otteneva con crusca, mentre i pastori con farina d’orzo: era il pane di cui si nutrivano durante i lunghi periodi della transumanza.
Il pane grosso presenta tecniche di lavorazione, decorazioni e forme diverse, come diversa è la denominazione in base alle zone dell’isola. Accanto a queste tipologie di pane vi è poi quello condito, ottenuto con l’aggiunta di olive, pomodori, ricotta, cipolle, i cui ingredienti variano in base alla stagione dell’anno.
Un’ulteriore differenza riguarda il pane destinato ai vecchi, ai bambini o agli ammalati. Delle pagnotte si ottenevano persino per gli animali usando per l’impasto gli scarti della lavorazione. Oltre al pane destinato all’alimentazione, vi era quello fatto esclusivamente come elemento decorativo, per ricordo o come porta fortuna.

Naturalmente ogni famiglia per ogni infornata preparava il tipo di pane adatto alle proprie esigenze e che variava in base alla presenza di bambini, di ammalati, di vecchi, della disponibilità economica e alla stagione dell’anno.
Il pane aveva sempre e comunque un valore sacro, per cui non veniva mai buttato, quello raffermo veniva utilizzato ammorbidito nelle zuppe.
Con l’industrializzazione la panificazione domestica in Sardegna ha subito un forte calo, ma la tradizione rimane, così come la richiesta, ultimamente sempre crescente, di pane di casareccio cotto nel forno a pietra.

Yoga i benefici sulla salute

asanaPraticato già dai tempi più antichi a partire da cinquemila anni fa e ritrovato nelle testimonianze dei reperti archeologici di molte zone della Terra, lo Yoga sembra davvero il toccasana per mente e spirito che da anni accompagna la vita dell’uomo e si prende cura del suo benessere fisico e interiore.
La pratica dello yoga ha la capacità di apportare benefici rilevanti alla salute degli individui, influenzando positivamente la longevità del corpo e ricostruendo un equilibrio ideale fra vitalità, forza ed energia. Attraverso gli esercizi di yoga, ogni persona ha la possibilità di sviluppare e sollecitare in maniera armonica tutti i muscoli del corpo, stimolando beneficamente gli organi interni, le ossa e i nervi.

La pratica dello yoga, almeno quando si tratta di hatha yoga tradizionale, è essenzialmente costituita da movimenti lenti che permettono un’ottimale distribuzione dell’energia necessaria a compierli. Niente strattoni, salti o esercizio aerobico ma una pratica ideale per ogni età e per ogni fisico.
Lo yoga, infatti, può essere definito come una disciplina curativa quanto preventiva: la sua assidua frequentazione ha la facoltà di ridurre il manifestarsi di raffreddori e problemi gastrici, oltre che costipazione, tosse e mal di gola. Attraverso gli esercizi di yoga il corpo umano viene sollecitato nella sua interezza, sia nella componente fisica, che in quella energetica e spirituale, favorendo la concentrazione e stimolando lo sviluppo e l’acutezza della memoria. Un ulteriore enorme vantaggio portato dalla pratica regolare dello yoga, infatti, è proprio la capacità di poter ridurre fortemente la quantità di stress accumulato, beneficio particolarmente apprezzato in un mondo che va sempre di fretta e che carica gli individui di forti malesseri.
Recenti studi sui biomarcatori, anche definiti come marker, dimostrano come lo yoga ha la capacità di influenzare gli elementi portanti del corpo umano, ritenendo che sia in grado di svolgere un ruolo cruciale per la salute mentale dell’uomo, al pari dei trattamenti farmacologici antidepressivi e della psicoterapia. In arrivo conferme anche dal campo scientifico, quindi, per una pratica originaria dell’oriente che si pratica ormai da millenni.

Molti scienziati di ogni parte del mondo, infatti, sono arrivati alla conclusione che lo yoga ha il potere di migliorare lo stile di vita, con un incremento del 10% nell’arco di cinque anni, specialmente se associato ad una dieta a base di cibo vegetariano e alla meditazione. Un incentivo che poterebbe convincere anche i più scettici a lasciarsi andare agli esercizi yoga.

Addentrandoci più nel dettaglio è possibile identificare alcuni esercizi benefici, capaci di donare nuova vitalità al fisico e di ristabilire il giusto equilibrio fra mente e corpo.
– Posizione del Cane a testa in Giù o Adho Mukha Svanasana. Si tratta di una delle posizioni dello yoga più conosciute e praticate. E’ una posizione di allungamento che produce effetti di ringiovanimento in tutto il corpo. L’asana apporta una buona ossigenazione al cervello, come tutte le posizioni invertite, questo permette di rilassare il cervello, una buona rigenerazione cellulare che contribuisce ad alleviare lo stress e a ridurre le prime forme di lieve depressione. Oltre a donare una sferzata di energia a tutto il corpo e a rafforzare braccia e gambe, contribuisce ad alleviare i sintomi della menopausa nelle donne e a prevenire gli effetti dell’osteoporosi.
– Verticale in appoggio sulle mani o Adho Mukha Vrksana. E’ una posizione in cui si costruisce una verticale perfetta con il proprio corpo, appoggiando le mani al suolo come nella posizione della Montagna, e sollevando le gambe in aria. Uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questa posizione è la paura di cadere. Se si riesce, però, a lasciarsi andare senza indugi nella sua esecuzione si potrà godere di benefici di rilassatezza di tutto il corpo e di una confortevole sensazione di conquista.
– Posizione del saluto o Anjali Mudra. Questa posizione simboleggia il rispetto per il cuore, vero sigillo della propria persona. Si realizza stando comodamente seduti con le gambe incrociate e tenendo i palmi delle mani giunte all’altezza del cuore. Questa posizione ha la capacità di ridurre lo stress e l’ansia di chi la esegue, rilassa la mente e aumenta l’elasticità di dita, braccia, polsi e mani.
– Posizione della mezzaluna o Ardha Chandrasana. Si tratta di una posizione molto efficace per rafforzare gambe e caviglie, migliorare la coordinazione e l’equilibrio, ridurre lo stress e favorire i processi digestivi.

Queste sono solo alcune delle asana che se fatte costantemente permettono di migliorare la salute psicofisica.

Pellegrinaggio a Roma

Piazza San Pietro RomaOrganizzare dei viaggi per me e mia moglie non è mai stata un’impresa semplice. Abbiamo 4 figli, che sono la nostra gioia più grande, ma in tempi di crisi come quelli che viviamo attualmente, immaginare di programmare una vacanza che coinvolga tutti i componenti della famiglia non è facile. Tra conti da far quadrare e scelta di mete turistiche che incontrino i gusti di tutti i nostri figli, la partenza diventa il più delle volte un miraggio. Da qualche tempo però, con mia moglie avevamo preso in considerazione l’opportunità di organizzare un viaggio a Roma con tutta la famiglia.

Il motivo del viaggio non era legato alla voglia di visitare le bellezze della Capitale, o meglio, non era questa la ragione principale che ci aveva fatto mettere da parte un gruzzoletto per la vacanza, e ci aveva fatti armare di coraggio nel passare in rassegna i figli chiedendogli un parere su un’ipotetica partenza! Alla base della scelta, vi era il grande desiderio di vedere dal vivo Papa Francesco! Non siamo mai stati una famiglia di cattolici praticanti, ma il colpo di fulmine con Papa Bergoglio è stato immediato per tutti! Sia per i figli più piccoli, che per quelli più grandi, il feeling con questo Pontefice che si muove in mezzo al popolo si è percepito con forza. Ecco spiegata la nostra decisione: recarci in Piazza San Pietro, a Roma, sarebbe stato il coronamento di quel sentimento di fede che il Santo Padre ha risvegliato in noi. Ora che la meta era stata concordata, arrivava la parte più complicata: l’organizzazione del viaggio. Innanzitutto avevamo stabilito che la nostra permanenza a Roma, sarebbe durata in tutto 2 notti: saremmo arrivati di martedì pomeriggio, avremmo assistito all’Udienza generale del Papa di mercoledì mattina, e dopo aver approfittato della mezza giornata per godere delle bellezze di Roma, saremmo rientrati a casa l’indomani. Il problema stava adesso nel trovare una sistemazione che rispecchiasse le nostre esigenze.

Avendo 4 figli al seguito, in età che non ci rendono tranquilli tanto da farli dormire in stanza da soli in albergo, abbiamo scartato fin da subito la possibilità di rivolgerci ad un hotel; avremmo dovuto infatti prenotare per forza più stanze, e se anche avessimo trovato una stanza che ospitasse 6 persone, il prezzo sarebbe stato certamente altissimo. Nella nostra ricerca online, dopo aver scartato diverse ipotesi, abbiamo finalmente trovato ciò che cercavamo: il St. Peter Apartment, facente parte della catena Atmosfere Guest House, rappresentava il giusto compromesso per la nostra vacanza! Non avremmo potuto chiedere nulla di meglio: l’appartamento, perché di questo si tratta, si trova di fronte a Piazza San Pietro, e per noi, che la mattina seguente al nostro arrivo in città avremmo dovuto recarci in piazza assieme ad altre migliaia di pellegrini, evitare il caos in metropolitana, e le vie congestionate dal traffico, ha rappresentato certamente un punto di forza! Quando siamo arrivati, siamo stati accolti in maniera cortese e ospitale dai proprietari, che ci hanno presentato nel dettaglio il nostro alloggio (due camere da letto, due letti singoli nel soggiorno, due bagni con doccia, terrazza e cucina ampiamente equipaggiata), e subito dopo averci dato qualche utile consiglio per muoverci in città, ci hanno proposto un servizio aggiuntivo che non ci siamo fatti scappare! Il carbonaranome dell’offerta è “Una cena tipica romana organizzata appositamente per voi”, e potrei non aggiungere altro perché già il nome del servizio è indicativo di ciò a cui si va incontro! L’offerta proposta consiste infatti nel recarsi in un luogo in cui le tradizioni culinarie della Capitale saranno a vostro uso e consumo: Bucatini all’Amatriciana, Saltimbocca alla Romana, Rigatoni alla Carbonara, sono solo alcune delle pietanze che abbiamo assaggiato, con piena soddisfazione di tutta la prole al seguito, in una serata che non dimenticheremo facilmente! La particolarità dell’evento, è che oltre ai piatti proposti, tra l’altro accompagnati da una selezione di vini di altissima qualità, si è aggiunto un arricchimento culturale dovuto agli aneddoti riguardanti la storia millenaria di Roma, che i gestori hanno saputo intervallare sapientemente tra una portata e l’altra. La cena è durata circa due ore, e la cosa positiva per chi come noi ha 4 figli, è che i bambini hanno pagato il 50% in meno rispetto a noi adulti!

Devo dire, che a distanza di tempo, il ricordo di questo pellegrinaggio con la famiglia è rimasto intatto! Il consiglio per tutti i fedeli che si recheranno a Roma nelle prossime settimane è di prendere in considerazione questa Guest House a due passi da Piazza San Pietro: sono certo che non resteranno delusi!

Content Marketing per fidelizzare i clienti

content marketingC’è chi dice che il Content Marketing sia la parte “seria” dell’attività di marketing. In effetti, anche dal nome, si capisce che in questa branca l’elemento principale sono i contenuti, cioè tutte le informazioni presenti nelle comunicazioni di enti o aziende che vogliono far conoscere la propria attività tramite comunicazioni in rete. Per questo, sono generalmente banditi titoli troppo roboanti, colori troppo dichiaratamente accattivanti che possono indurre il lettore a pensare che quanto ci sia scritto abbia un taglio più pubblicitario che di vera informazione. Queste comunicazioni possono essere all’interno del proprio sito web, ma non solo. Anche i social network sono un importante veicolo di informazioni interessanti riguardanti la materia trattata dall’azienda.

Il Content Marketing è rivolto all’utente che, in rete, ricerca informazioni su un particolare bene o servizio. Quello che vuole trovare sono informazioni interessanti e utili, che lo aiutano a risolvere un problema. Se all’interno delle comunicazioni di una azienda sono presenti articoli, approfondimenti, note tecniche e altro per cui l’attenzione dell’internauta viene catturata, l’azione di Content Marketing ha ottenuto il primo obiettivo: interessare il potenziale cliente, che sarà portato a conoscere ed apprezzare il know how dell’azienda e, successivamente, i prodotti o servizi che l’azienda stessa può offrire.

Per creare una comunicazione aziendale di Content Marketing efficace, è bene pianificare questa attività, considerando quali sono gli obiettivi finali e di conseguenza derivandone il piano editoriale, omogeneo, originale e riconoscibile.

Come già citato, il materiale che compone le pagine di informazione ed approfondimento deve essere di ottima qualità, scritto da autori competenti in materia. Per questo, normalmente, conviene che sia affidato ad un team di persone all’interno dell’azienda, che quindi conoscono in modo approfondito la materia di cui scrivono e che potranno trattare gli argomenti in modo efficiente e professionale. Queste persone sapranno produrre contenuti efficaci in quanto trasparirà la loro competenza e autorevolezza. Gli articoli non dovranno essere scritti in modo troppo burocratico e formale, perché questo, tendenzialmente, avrebbe l’effetto di allontanare i lettori dalla pagina web. La pubblicazione di articoli frutto delle esperienze maturate durante l’attività aziendale sono invece parte integrante di queste pagine, e fonte di nuovi contenuti sempre aggiornati e interessanti.

Importante è la ricerca di un modo originale di proporre i testi pubblicati. Sicuramente può aiutare la considerazione di quello che eventualmente offrono siti di aziende concorrenti, nel caso ci siano.
Novità pubblicate con regolarità che possono stupire e sorprendere i lettori sono essenziali per il successo duraturo dell’iniziativa. Il lettore che sa di trovare sempre qualcosa di nuovo e interessante tornerà più volte sul sito e, come risultato finale, potrà essere invogliato a acquistare i beni o servizi di cui l’azienda si occupa. In questo modo si ottiene anche una fidelizzazione del cliente, che continuerà a utilizzare il sito anche dopo questa fase. I contenuti, per questo, si dovranno occupare anche di argomenti riguardanti le problematiche post vendita, che saranno spesso molto utili per i clienti già acquisiti.

Sicuramente importanti, in queste pagine, sono le esperienze effettive di chi ha già usufruito di prodotti o servizi dell’azienda. Queste esperienze potranno essere narrate, dietro consenso dell’interessato, all’interno di queste pagine. E’ bene che le esperienze siano positive ma non stucchevoli o dal taglio troppo smaccatamente pubblicitario, che potrebbero essere percepite dal lettore come poco veritiere. Importanti, a questo punto, sono i commenti degli utenti, che sul sito aziendale o su social network potranno condividere e proporre esperienze, curiosità e suggerimenti.

Da tutto questo si evince che per mettere in atto una buona strategia di Content Marketing di qualità (e quindi efficace), occorre tenere presente molte peculiarità di questa particolare forma di comunicazione. Se all’interno dell’azienda manca la necessaria esperienza o sono carenti anche solo le risorse necessarie per attuare un buon servizio di questo tipo, è possibile rivolgersi a consulenti capaci di gestire in modo ottimale i relativi contenuti editoriali.

Ci sono web agency in grado di curare con professionalità e competenza ogni aspetto del processo di Content Marketing aziendale, aiutando le società che si affidano ai loro servizi a crescere in questo importante ambito e a sfruttare tutti gli importanti vantaggi che questa tecnica può portare.

Restauro mobili fai da te o professionale?

Un mobile antico, sia esso un tavolo, una sedia, uno scrittoio o un armadio, è un oggetto costruito tanti anni fa da un artigiano che, con impegno, sicuramente, e con passione, ha lavorato il legno ricavandone ciò che il suo estro gli suggeriva o forse ciò che gli era stato commissionato.
Il mobile giunge fino a noi dopo essere stato a lungo usato per lo scopo per il quale è stato creato.
Alcuni di questi oggetti sono in buono stato; il legno, quando regolarmente pulito e curato, ben sopporta lo scorrere del tempo e molti mobili mostrano sempre la loro bellezza.
Non sempre però questi pezzi del passato attraversano il tempo in condizioni ottimali. Spesso hanno subito trattamenti sbagliati o sono stati trascurati e abbandonati. A volte sono stati malridotti da qualcuno che in essi non ha visto altro che pezzi d’arredamento da poter modificare per adattarli a nuovi ambienti e non ha riconosciuto il loro valore e fascino.

Per salvare questi sprazzi di storia che ancora raccontano con forza tradizioni, abitudini e ricordi dei tempi andati, gli artigiani del legno dedicano la loro vita ad imparare tecniche, sperimentare rimedi e carpire dai padri come far rinascere un mobile antico, rispettando in pieno la sua storia e la sua natura.
I restauratori sono veri e propri artisti, non solo capaci di lavorare il legno, ma anche di collocare ogni pezzo nella sua epoca, condizione essenziale per poterlo trattare nel modo più corretto.
Un buon restauratore sa bene quali tecniche venivano usate nei diversi periodi storici ed in base a queste conoscenze è in grado di restaurare o datare il pezzo.
La gommalacca, ottenuta dalla secrezione di un insetto che vive nelle foreste asiatiche, è definita un polimero naturale e, dissolta in acetone o alcool, riesce a dare al legno un rivestimento di gran pregio, ma anche di grande bellezza. Questa sostanza non era usata per questi scopi prima del XVII secolo (perfezionata nel XIX) e questo è un dato da tener presente se si vuole rispettare in pieno la natura del mobile.


La patina invece, caratteristica così importante, non è rappresentata solo dalla parte superficiale del mobile, ma è molto di più.
In effetti, la buona conservazione della patina è quella che determina il pregio del mobile stesso e rovinarla significa far perdere irrimediabilmente valore al pezzo.
E’ la colorazione, o la decolorazione, del legno, la sua morbidezza al tatto, l’aspetto “vellutato”: la patina è quell’aspetto inimitabile che il tempo regala al mobile, il valore aggiunto che solo gli anni possono apportare.
Quando il mobile va ripulito o sverniciato, l’operazione deve essere sempre rispettosa della patina, altrimenti si cancella un risultato di fondamentale importanza che non sarà possibile ripristinare.
Sverniciare un mobile, lucidarlo, farlo rivivere è un lavoro, ma è anche una passione e un diletto.
Molti amano provare a rimettere a nuovo mobili ed oggetti, magari trovati in soffitta o riscoperti in qualche mercatino. E’ senz’altro possibile provarci, ma richiede un minimo di esperienza col fai da te e una buona dose di pazienza.
Il parere di un esperto, però, sarà utile per decidere se rischiare oppure no di cimentarsi nell’impresa. In genere, se il mobile è di discreto valore conviene affidarsi all’esperto, mentre se non è molto pregiato il tentativo di improvvisarsi restauratore si può fare.

Inizialmente si comincia con una pulitura assolutamente rispettosa e non troppo aggressiva. Quando non c’è bisogno di sverniciatura, la lucidatura a tampone con gommalacca richiede pazienza, ma produce risultati soddisfacenti. Si tratta di preparare una soluzione con gommalacca e alcool e, con stoffa di lino o cotone, tagliare di quadrati di 20 x 20 cm che conteranno pezzuole di lana inzuppate nel preparato con la gommalacca. Opportunamente strizzato, si passa col tampone sul legno con movimenti regolari e precisi. Non bisogna ripassare sugli stessi punti, nè fermarsi a metà. Molto importante lasciare asciugare bene tra una passata e l’altra, anche alcuni giorni. Le passate col tampone dovranno essere tre – quattro, dipende dal risultato che si vuole ottenere.
Pazienza e un po’ di manualità sono indispensabili per il buon risultato. La brillantatura è la parte conclusiva del lavoro che mostra gli effetti e riporta finalmente il legno al suo pieno splendore.

Il mobile cosi trattato diventa, oltre che molto bello, anche di grande interesse per collezionisti e semplici appassionati.
Fortunatamente esistono ancora botteghe di restauro a cui si può affidare il proprio pezzo d’arte sicuri di riaverlo nelle migliori condizioni possibili. Sono quelle botteghe a volte quasi nascoste nei centri storici delle città o semplicemente posizionate nelle stradine dei paesi, dove generazioni di veri artisti del legno ed abili ebanisti continuano da decenni, se non secoli, a portare avanti con passione un mestiere che non è dei più facili.
E’ tanta la dedizione che richiede il mestiere del restauratore e, in un’epoca in cui il tempo deve essere produttivo e l’attesa è un lusso, dove le macchine che velocizzano i lavori imperano sempre più, è solo la dedizione che consente di rispettare certi gesti, certe attese, ripetere tecniche che si appoggiano alla pazienza.
Per chi non avesse un restauratore di fiducia, il web offre una vasta scelta, alcuni siti dispongono di una vetrina con foto di mobili restaurati, inoltre alcuni offrono valutazioni gratuite e perizie di oggetti antichi, per chi volesse conoscere meglio il valore degli oggetti che possiede, e magari decida di far eseguire un restauro ad opera d’arte.
Queste botteghe consentono di far apprezzare al meglio il valore, monetario ed affettivo, dei propri mobili antichi.

Come si fa per apparire nelle prime pagine sui motori di ricerca?

seoAvere un buon sito non basta per essere primi su Google o su un altro motore di ricerca. La visibilità di un sito in rete non si calcola solo sulla base di quanto le pagine siano curate o dinamiche, o lo stile sia accattivante. Sicuramente è un punto di partenza, se vogliamo che chi ha visitato il nostro sito una volta ci torni in avvenire e lo consigli ad altri internauti, ma per un buon posizionamento non è sufficiente.

Innanzitutto occorre distinguere, quando si lancia una ricerca sul web, tra directory e motori di ricerca, spesso sono erroneamente accomunati. Le directory hanno un struttura gerarchica ad albero, si suddividono in categorie e sottocategorie e non usano software per estrarre dati dalla rete: le categorie e le descrizioni dei siti sono inserite da un operatore su suggerimento dei webmaster; non riportano i link alle singole pagina, ma solo alla home page. I motori di ricerca (o Search Engine) sono invece gestiti in maniera automatica sulla base di alcuni algoritmi, in base ai quali vengono estratti i risultati. Il web viene scandagliato attraverso dei software, chiamati spider, che analizzano miliardi di pagine e in base a una serie di fattori, in gran parte sconosciuti, restituiscono un risultato piuttosto che un altro. Poiché la ricerca con questi ultimi è molto più semplice e intuitiva, la maggior parte degli utenti preferisce questo metodo. Lo svantaggio però risiede nell’altissimo numero di risultati forniti: l’utente medio non va mai oltre la prima al massimo la seconda pagina dei risultati di ricerca. Per questo occorre puntare ai primi posti della classifica e poiché tra i motori più usati primeggia il colosso americano di Mountain View, diviene fondamentale essere primi su Google.

Un sito costruito bene è solo – si diceva – il punto di partenza: occorre inserire all’interno di esso contenuti validi, parole chiave (keyword) in una percentuale accettabile e creare una web reputation del sito rispettabile. La verifica del posizionamento del sito web avviene solo in un secondo momento, quando tutti questi fattori saranno stati ottimizzati, eventualmente per riprenderne alcuni e cercare di migliorare ancora la propria posizione. Essere visibili a un numero sempre più elevato di potenziali clienti è lo scopo finale: maggiori sono le visite, infatti, e più alte saranno le probabilità di vendere i propri prodotti o servizi. Ma procediamo con ordine.

Il prodotto o il servizio offerto dal sito web ha bisogno di essere presentato in maniera chiara e semplice. Molto spesso l’intervento di un copywriter, esperto delle regole SEO, aiuta questo primo passaggio: i contenuti infatti non devono essere solo ottimizzati per l’utente, ma anche per il motore di ricerca. Ciò in particolare avviene con l’inserimento delle keyword. Più alta è la frequenza di parole che coincidono con la richiesta fatta dall’utente al motore di ricerca, migliore sarà il posizionamento del sito web all’interno di quei risultati. Occorre però fare attenzione a non incappare nel pericolo contrario: inserire troppe parole chiave o creare delle pagine costituite unicamente da keyword, leggibili solo dalla macchina. Molti motori di ricerca, Google in primis, penalizza questo tipo di comportamento, scorretto, eliminando il sito dai propri database. Un giusto rapporto tra contenuto e parole chiave invece è molto ben accetto e nella maggior parte dei casi premiato (una percentuale equilibrata si aggira attorno al 3%).

Contenuti interessanti, pagine fluide, funzioni basilari immediate, come i pagamenti online, e aggiornamenti costanti rappresentano un buon modo di affacciarsi al web. Partendo da ciò si costruisce quella web reputation cha fa scalare ancora di più le classifiche, e che molto funziona grazie anche ai link, non dal sito ad altre pagine, ma da altre pagine o siti (preferibilmente autorevoli) al sito in questione. Pure qui però c’è un rovescio della medaglia: alcuni siti poco affidabili (intenzionalmente o meno) possono far scendere il posizionamento del sito web nelle classifiche. Google permette di ripudiare tali siti, tramite il tool Disavow; ma anche questo, a sua volta, si rivela un’arma a doppio taglio perché ripudiare un sito significa estrometterlo dai database del motore di ricerca, e non sempre, in questi casi, si tratta di siti fraudolenti.

Posizionare il proprio sito al meglio può sembrare apparentemente facile, in realtà se fosse così tutti potrebbero apparire nella prima pagina dei motori di ricerca, se si vuole la certezza della pole position è necessario rivolgersi alle web agency, ma non alla prima che capita, è necessario assicurarsi che siano specializzate in posizionamento naturale.